Laura Mongiardo presenta Guillermo Orsi, un noir ‘molto’ argentino

Laura Mongiardo, giovane traduttrice dal catalano e dallo spagnolo, vanta il merito di aver tradotto per prima volta all’italiano un romanzo di Guillermo Orsi, noto giallista argentino, dal titolo ‘Ciudad Santa’. La narrativa di Orsi (classe ’46, giornalista e scrittore) privilegia il genere noir, che coltiva sin dall’esordio con notevole successo. Ha infatti ricevuto diversi premi, ad iniziare dal Premio Emecé nel 1978 per la sua opera El Vagónde los locos, poi il premio Umbriel de la Semana Negra per il romanzo Sueños de perro (2004), il premio Ciudad de Carmona per il romanzo Nadie ama a un policía (2007) e il prestigioso Premio Hammett nel 2009 per il romanzo appunto Ciudad Santa, il primo pubblicato in Italia.

Quando ti è capitato di imbatterti nel romanzo Ciudad Santa?

Di Guillermo avevo letto un paio di titoli, grazie a una quelle curiose associazione nei motori di ricerca di libri, per cui se hai appena acquistato un romanzo di un dato autore, “sicuramente ti potrebbe interessante anche…”? E devo dire che, in questo caso, il consiglio si è rivelato più che azzeccato. E da lì, ho proseguito nella ricerca di altri suoi libri, tra cui Città Santa.

Come sei entrata in contatto poi con l’autore?

Come mi capita spesso di fare con gli autori che mi appassionano, ho iniziato a seguire Guillermo su Twitter, per rimanere aggiornata in modo più pratico e veloce sulle sue nuove pubblicazioni; Guillermo, che è una persona molto gentile, mi ha ringraziato per il follow, e mi ha raccontato che i suoi libri era stati tradotti in inglese, francese, tedesco e cinese, ma non italiano, e da lì è partita l’idea un po’ folle e sconsiderata di provare a proporre Città Santa a qualche casa editrice italiana. Folle e sconsiderata perché Guillermo Orsi è uno scrittore di grande e meritata fama, non solo in Argentina, ma anche in Spagna – anzi, forse ancora di più in Spagna, visto che è pubblicato da Almuzara – e con questo romanzo oltretutto ha vinto il prestigioso Dashiell Hammett Prize e il premio Novelas de película al Festival BAN; ciononostante, ha accettato alla cieca di affidare a me, traduttrice alle prime armi, un romanzo che è tutto fuorché semplice. E io, dal mio canto, avendo alzato di molto l’asticella – almeno per le mie competenze di quel momento – mi sono trovata alle prese con un libro che sapevo mi avrebbe richiesto tanto sforzo e dedizione, ma di cui forse ho valutato la reale complessità solo una volta imbarcatami concretamente nell’impresa. A posteriori, credo che l’azzardo e la fatica siano stati pienamente ricompensati: Città Santa ha poi vinto il premio Carmela Oliviero per la traduzione letteraria.

Per te, questo romanzo rappresenta la prima esperienza diretta di traduzione dalla variante rioplatense. Italiano e castigliano, come gli argentini amano chiamare la loro lingua, condividono la matrice comune latina, eppure la parlata rioplatense è nota per le tante alterazioni alle regole della RAE, sia nel lessico, sia nella morfologia (coniugazione verbale e poco altro), ormai ampiamente accettate nello scritto. La forte tendenza all’informalità tocca anche lo stile di tutti i narratori. A tuo parere, esistono in italiano espressioni che permettano di rendere con efficacia l’espressività argentina, senza che la frase tradotta risulti posticcia? Come sei riuscita a dare compattezza stilistica alla tua traduzione?

Diciamo che tradurre Città Santa presentava diversi livelli di complessità, a partire dal “macrotema”, se così vogliamo definirlo: è un noir molto argentino e molto nero. Per molto argentino, intendo dire che si parte dal presupposto che il lettore di questo romanzo abbia ben chiara la storia politica del Paese, e i molteplici riferimenti culturospecifici. Guillermo, in questo libro, critica aspramente le classi al potere e offre un ritratto di Buenos Aires che l’antitesi della città turistica «dal tocco europeo, in cui si può ballare il tango e mangiare la migliore carne di manzoallevato a pascolo e all’aria aperta», e lo fa a partire proprio dagli stessi luoghi comuni, chesmantella uno a uno. La scelta che ho fatto per questa traduzione è cercare di non appiattire nulla e di conservare, per quanto possibile, gli idiotismi e i realia – ossia quelle locuzioni proprie di una lingua che non si possono tradurre letteralmente e i vari elementi culturali concreti e identificabili –, risolvendo l’eventuale residuo traduttivo attraverso la compensazione, il ricorso a una chiosa o la traduzione metatestuale (le note a piè di pagina), come ben ci insegnano Eco e Osimo, in modo che non andasse persa nemmeno la più piccola coloritura. E così, nel tipico asado argentino, troviamo ichinchulines e il vacío; i pantaloni dei gauchos sono i bombachas; i turisti comprano le boleadorasdi Martín Fierro e assistono a spettacoli posticci di malambo, cuartetos, cumbias e zambas;
l’accenno al tango interpretato da El Polaco Goyeneche non rimane una frase buttata lì nel testo, ma ampliata in una nota, così come i grupos de tareas della dittatura militare o l’Himno a Sarmiento. E via di seguito, per molti altri riferimenti che dovevano – o potevano – essere esplicitati, nel rispetto delle intenzioni dell’autore. A questi riferimenti culturali, si sommano poi una serie di elementi tipici del noir, che ha delle formule più o meno fisse che vanno tenute in conto, oltre alla scrittura “maschile” di Guillermo Orsi, che non è un aspetto da sottovalutare. Per quanto si dica che non esistano differenze tra la scrittura maschile e quella femminile, credo invece che ci siano delle preferenze lessicali e un differente modo di narrare. Tenuto conto di tutti questi aspetti, non ho trovato grande difficoltà a rendere in italiano le espressioni colloquiale argentine: in italiano abbiamo un grande bacino da cui attingere. Anche su questo piano, ho mantenuto, però, delle specificità rioplatensi, esplicitandole in nota: il termine dispregiativo bolitas, a designare gli immigrati boliviani, per esempio; o i cirujas del lunfardo, i vagabondi che frugano tra i rifiuti e vivono nelle bidonville, le villas miserias. E ancora cos’è un vesre, l’inversione sillabica sempre del lunfardo. O il cocoliche del menù del ristorante italiano, che consiglia ai danarosi clienti fetucine aglie bóngole mediterrani, il tutto innaffiato da un ottimo vino da cinquanta dollari a buteglia. Il testo, inoltre, per la trama e per ragioni di verosimiglianza, ricorre spesso a espressioni colloquiali tipiche degli abitanti di Buenos Aires, direi anche utilizzate negli ambienti della mala locale.

Avevi già avuto modo di avvicinarti a queste espressioni? Come sei riuscita a risolvere i punti più critici? Quali espressioni dell’italiano ti paiono più opportune per la loro resa in italiano? Sei
soddisfatta?
Più o meno, le specificità lessicali che ho trovato in questo testo si riconducono quasi totalmente al sottobosco della malavita e della prostituzione, e in generale delle classi socialmente emarginate. Si va dai più comuni “scagnozzi” o “sgherri”al “papi” alle prese con la prostituta – yiro – di turno, passando per “pusher” che smerciano paco (stupefacente a basso costo derivato dagli scarti della cocaina) o le varie declinazioni del termine gay. Ho immaginato dialoghi che funzionassero in italiano nello stesso contesto, con un registro basso e un gergo colorito, cercando di riprodurre lo stesso effetto cui mirava l’originale, secondo quella che Eco definisce equivalenza funzionale. E come dicevo prima, alcuni termini che consideravo interessanti da conservare nella lingua autoctona, li ho mantenuti in originale nel testo. Sì, devo ammettere che sono complessivamente soddisfatta del risultato: ho una predilezione per il genere giallo e noir, ne leggo parecchi e amo molto i dialoghi nei libri, forse anche per questo ho trovato addirittura divertente immaginarmi le scene e ragionare sui termini a “effetto” nella resa traduttiva.

Hai già sommato nel tuo curriculum la traduzione di diversi gialli, in prevalenza pubblicati in Spagna, anche da autrici di Barcellona che scrivono in catalano. Altri ne conoscerai perché ormai sono molto diffusi i giallisti iberici. Trovi che vi sia una diversità tra l’espressività degli spagnoli e le caratteristiche stilistiche e narrative di Ciudad Santa di Guillermo Orsi?
Oltre alle evidente differenze linguistiche di cui abbiamo appena parlato, Guillermo Orsi ricorre in questo libro a una prosa molto ricca, a tratti barocca – «quei ricami metafisici che mi piacciano tanto», come una volta mi ha detto – che lo porta a scrivere paragrafi di una lunghezza e densità considerevoli, alternati a frasi che sono staffilate, che a loro volta, però, riassumono metafore di grande potenza simbolica. Trovo che abbia una stile geniale e innovativo nel sapere mescolare ironia, cinismo, sagacia e una disincantata visione della vita, ai limiti del sacrilego. Non ho un conoscenza vastissima della letteratura argentina, ma credo che la pesante eredità storica, con le numerose ferite mai rimarginate, unite a un’attualità politica non meno pesante, si rifletta inevitabilmente nella creazione artistica. So che la tendenza odierna è quella di volere affrancarsi un po’ da un’equazione che sembra scontata (letteratura argentina = dittatura, desaparecidos ecc.), ma immagino ci vorrà ancora del tempo. In Spagna, in particolare in Catalogna che è il mio campo di studio, trovo ci sia una volontà di sottolineare la propria identità, soprattutto rispetto alla penisola iberica, ma al contempo di rendere universali le storie. Ho appena tradotto un giallo di un’autrice catalana che si chiama Anna Maria Villalonga, in cui la città che fa da sfondo potrebbe essere una qualsiasi metropoli moderna. E ho avuto la stessa sensazione in altri noir: l’azione è ambientata, che so, nel Raval o nel quartiere di Gràcia, ma a conti fatti si sarebbe potuta svolgere in una qualsiasi altra città, se si esclude il fatto che i protagonisti bevono vermut o mangiano ensaïmadas. In generale, però, noto che, benché sia assodato che la letteratura narri storie universali, quando scelgo un libro di una determinata area geografica mi aspetto di trovarci proprio le specificità di quella cultura, anche criticate o sovvertite, e una geografia precisa, che mi accompagni per strada conosciute o che mi posso immaginare grazie alla narrazione.

Claudia Piñeiro, la signora del noir argentino che tanta fortuna in Italia ha riscosso grazie alle edizioni proposte dalla Feltrinelli, ha reso popolare tra i lettori italiani i noir argentini. Anche alcuni film (Nueve Reinas di Fabián Bielinsky, El segreto de tus ojos di Juan José Campanella, Storie Pazzesche di Damian Zsifron) hanno riscosso successo all’estero, Italia compresa. Come ti spieghi l’interesse degli italiani per le storie noir raccontate da autori argentini?
Credo per lo stesso motivo che ho appena esposto: perché attraverso i libri cerchiamo una porta d’ingresso privilegiata per accedere a un mondo o a una cultura verso cui proviamo curiosità e, se ti piace il genere noir e sei attratto dalla storia e dalla cultura argentina, inseguirai questa sua declinazione. Credo, inoltre, che l’immigrazione italiana in Argentina sia ancora un ricordo ben radicato nelle nostre coscienze e che giochi un ruolo importante nel guidare questa scelta, oltre al fatto che il noir è indiscutibilmente il genere che più successo sta riscuotendo negli ultimi tempi, e non mi riferisco solo ai libri (basti pensare alle serie e ai programmi televisivi).

Per chi conosce lo spagnolo, quali altri libri di Guillermo Orsi ci consiglieresti? Cosa ti piacerebbe
ancora tradurre di suo?
Certo che mi piacerebbe tradurre altri suoi libri! E, in particolare, la serie che vede come protagonista il detective Martelli (alias Gotán), Nadie ama a un policía (2007) e Fantasmas del desierto (2014), che vi consiglio. Ma se aspettate, magari presto li troverete in traduzione italiana. Chi lo sa! Incrociamo le dita!

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