Alicia Plante e quel dramma (irrisolto) dei niños rubati

Sono trascorsi 42 anni dalla feroce dittatura della junta militar argentina (1976-1983). Eppure i lasciti in quelli che gli italiani sbrigativamente chiamano come i paisà d’oltreoceano restano drammatici. Abbiamo ascoltato, visto e letto della desapareciòn, dei giri delle Madres e Abuelas attorno all’obelisco di plaza de Mayo, dei voli della morte, delle leggi del punto finale e dell’obbedienza dovuta. Poi ci sono loro, i niños rubati, i neonati strappati dal ventre caldo delle mamme ‘sovversive’, tenute segregate nei centri di detenzione clandestina, e consegnati a coppie sterili vicine ai militari. L’orrore nell’orrore in nome dell’orrore, che ha compiuto morti, desaparecidos (30mila) e 500 neonati spariti. Alicia Plante, indagatrice dell’anima prima ancora che investigatrice tra le pieghe dei romanzi che scrive, ha confezionato in ‘Senza macchia apparente’ (La Nuova Frontiera, pp 265, euro 17) un noir duro, durissimo, senza fronzoli, dove l’animo umano appare per quello che è, fragile, possente, vulnerabile, laido, corrotto, violento.

Quanto è ancora irrisolto in Argentina il dramma dei desaparecidos e dei niños rubati?

Molte cose sono irrisolte in Argentina. Tra queste, la necessità di un governo diametralmente diverso da quello che abbiamo da quasi tre anni, che vuole impedire che si proceda con le misure di perseguimento e punizione del genocidio. Anzi, da quella posizione reprime e perseguita le varie organizzazioni per i diritti umani (Madri di Plaza de Mayo, CELS e molte altre) e adotta misure che non mascherano la sua complicità con la dittatura militare, come, ad esempio, la concessione di arresti domiciliari a torturatori e assassini conclamati e incarcerati, proponendo di modificare le loro condanne con leggi come il 2×1, per cui ogni anno di carcere scontato equivale al doppio. Un governo impegnato a favore dei diritti umani favorirebbe la continuazione delle indagini ufficiali sugli atti aberranti commessi dalla giunta militare e dai suoi scagnozzi, ad esempio la localizzazione e la riesumazione di tombe collettive e l’identificazione dei corpi da parte della squadra di medicina legale argentina, globalmente riconosciuta per la sua efficacia e professionalità innovativa dei metodi di lavoro. Una politica statale a favore dei diritti umani sarebbe rappresentata dall’assegnazione di un bilancio significativo e sufficiente, atto a favorire l’espansione delle ricerche su diversi fronti. Nel frattempo, le nonne di Plaza de Mayo continuano con le loro indagini e hanno ottenuto la restituzione dell’identità a più di cento adulti che sono stati rubati alla nascita da prigioniere che, dopo il parto, sono state brutalmente uccise, spesso gettate vive al Rio de la Plata da elicotteri o aeroplani. Questi bambini sono stati consegnati a coppie ideologicamente imparentate con la dittatura, che li ha cresciuti come propri. Questi bambini, ora adulti, che sono stati trovati, rappresentano circa un quinto del numero totale di bambini sottratti e denunciati dai loro parenti.

Madres e Abuelas de plaza de Mayo hanno sfidato apertamente la junta militar.

Il primo ricordo nitido che hai del periodo della dittatura della junta militar?

Direi che il mio ricordo più antico risale al momento, pochi mesi prima che la dittatura salisse violentemente al potere, alla fine del 1975, in cui ho cercato di entrare nella Facoltà di Psicologia dell’Università di Buenos Aires (UBA), di grande prestigio e assolutamente gratuito, e non potevo più farlo perché la giunta militare aveva già chiuso la registrazione. La stessa situazione ha impedito a molti altri di entrare nella facoltà di Sociologia e penso anche ad Antropologia. Non avevo altra scelta che optare per un’università privata e a pagamento, dove per il suo background gesuitico il livello accademico era abbastanza accettabile. La necessità di una formazione più completa avvenne attraverso gruppi di studio esterni (anche con docenti della nostra stessa facoltà, che dalle loro cattedre dovevano evitare la trasmissione di alcune conoscenze che potevano essere considerate sovversive) e riunioni di approfondimento tra colleghi universitari. C’erano, naturalmente, degli infiltrati che identificavamo abbastanza facilmente, ma dovevamo stare attenti ai commenti in classe. Ci sono stati compagni arrestati, anche se nessuno di loro è scomparso. Tre anni dopo le iscrizioni all’UBA furono riaperte ma non me la sono sentita di trasferirmici. E nessuno dei miei colleghi l’ha fatto. Nonostante le mie forti convinzioni, non ho mai aderito a nessun gruppo di lotta. Tuttavia, ho avuto contatti stretti e frequenti con diversi membri del gruppo sovversivo dei Montoneros. Inoltre, anche se fugacemente, per le tante precauzioni, ho avuto contatti con alcuni membri dell’Esercito Rivoluzionario Popolare (ERP): tutto questo mi ha dato una grande consapevolezza di ciò che sin dall’inizio stava accadendo nel mio Paese. Poi, i dettagli apparvero gradualmente sullo schermo della mia coscienza, amplificati, per esempio, da eventi come una mia cugina di 18 anni che fu rapita nel 1977. Barbarita a oggi è una desaparecida. Un fatto terribilmente doloroso per tutta la nostra famiglia, che ha finito di mostrarmi il grado di follia e pericolo in cui eravamo coinvolti.

Quanto è utile oggi raccontare sotto forma del romanzo le tragedie vissute dai popoli?

Sono profondamente convinta che l’arte e gli artisti di ogni forma che vagano e cercano la loro strada nella bellezza devono impegnarsi nella storia, nel dolore e nell’ingiustizia, nel presente e nel passato. Perché il male non perde mai la sua efficacia e c’è sempre il pericolo di una metastasi (il neo-nazismo è un buon esempio). È inevitabile comprendere le ragioni che hanno innescato l’adesione della maggioranza della popolazione alla dittatura, che da vittima si è identificata in modo sorprendente con i suoi carnefici. Questa straordinaria miopia, quella tendenza suicida a sottomettersi al più forte, deve essere interpretata e sottolineata, o almeno accennata dagli artisti, poiché la militanza dalle rispettive forme può contribuire alla diffusione di illuminanti punti di vista per creare una vera coscienza dei popoli e di una responsabilità diretta nell’azione politica. Diventa così opposizione alla superficialità, alla bugia, al tradimento, all’inganno. È una denuncia e una volontà ferma alla creazione di una proposta alternativa.

Mauricio Macri, presidente dell’Argentina dal dicembre 2015, ha adottato una politica indulgente verso i collusi della junta militar.

Nel romanzo Una mancha más (Adriana Hidalgo editora, Buenos Aires), tradotto da La Nuova Frontiera col titolo Senza macchia apparente, tu utilizzi un linguaggio diretto, forte, deciso. Perchè questa scelta?

In generale, questo è il mio stile. Credo che il modo migliore per entrare in contatto diretto con il lettore sia dato da una sincera azione letteraria, che abbracci il soggetto e l’idea che lo promuove e sostiene, sia esso speranza o delusione. Inoltre, questo atteggiamento determina la personalità, i desideri e le decisioni dei personaggi, nonchè le azioni del loro pensiero. Cerco attraverso quello che scrivo di avere un forte impatto sulla mente del lettore, e nei suoi criteri. Questo forse lo pone di fronte a posizioni antagonistiche o indecisioni tiepide che lo lasciano in una parte della realtà che vive e in cui, se vuole, può intervenire.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo romanzo?

Principalmente, l’indignazione. E, poi, molti altri sentimenti: come sapere che la dittatura non è finita in Argentina, perché sento che, dalle braci che restano attive nelle menti dei colpevoli e in molte persone che ancora credono nella necessità di “governi forti”, quella stessa fiamma che non si spegne mai completamente può bruciare di nuovo. La storia è costruita sul furto di un bimbo: la descrizione che viene fatta da un bambino di dieci anni che è testimone involontario durante la consegna di quel neonato a un vicino di casa, le circostanze di quello sguardo che segue quello che accade, si spostano dalla finzione a un fatto reale, innescando la successiva trama. Ma, insisto, è la consapevolezza della validità del male (oggi acclarata nel nostro Paese e nella regione, per non parlare del mondo) che ha dato energia e convinzione a quella storia, che l’ha spinta in superficie e ha spostato le mie mani sulla tastiera. Ho dovuto fare molte ricerche, come faccio sempre quando si parla di verosimiglianza, e per me è stato difficile uccidere le mie vittime. Come scrittrice sono affezionata a loro, che non sono mai puramente nulla, né puramente angeliche né puramente sataniche. Credo nella tenerezza, non solo nella bellezza della parola.

Buenos Aires è la metropoli che fa da sfondo alla storia raccontata da Alicia Plante ne ‘Senza macchia apparente’.

I protagonisti sono duri, reali, veri. Sono pura finzione o appartengono al tuo mondo?

Tutti i miei protagonisti sono fittizi per quanto è possibile. Non siamo estranei alle persone che ci circondano e ci circondano, non siamo marziani, abbiamo vissuto tutta la nostra vita nella società con gli altri e siamo una sintesi di esperienze, difetti, modelli, incontri e delusioni. Tutto ciò che ci modella si manifesta in tutto ciò che costruiamo. Nei miei personaggi compaiono caratteristiche di amici e nemici, di me stessa, anche se evito la parte autobiografica. In questo senso sono prodotti dalla mia immaginazione, li “invento”, li sposto, gli faccio fare cose e prendere posizione, li faccio amare e piangere, ma poi è del tutto vero che sono pura finzione?

Tu nella vita sei psicologa, quanto ti diverti nei romanzi a scavare nella psiche dei tuoi personaggi?

Già, sono una psicologa, non una psichiatra. In Argentina gli psichiatri sono medici specializzati in immagini psicopatologiche. Tutto bene, ma la loro formazione medica originale spesso li porta ad agire sui sintomi del paziente attraverso i farmaci, e questo agisce sulle sorgenti fisiche e neurologiche ma non sulle cause del sintomo, perché il farmaco sopprime il sintomo. Ciò che è necessario, d’altra parte, è indagare insieme al paziente le cause e l’evoluzione dei loro sintomi. Gli psicologi hanno studiato la psiche umana per almeno cinque anni e sono addestrati per approcciare all’inconscio del paziente, quella provata entità efficace ma intangibile, senza l’influenza intrinseca della formazione medica. Per quanto riguarda il peso della mia formazione personale nell’attività di scrittrice, sì, naturalmente ciò influenza lo sviluppo delle trame e soprattutto dei personaggi. Da una seria posizione professionale, cerco sempre quegli esseri che abbiano una coerenza interna, che le loro reazioni siano possibili e credibili dal profilo che ho scelto per loro, e che siano attraenti per il lettore per questo motivo, perché li percepiscono quasi fossero reali, e forse attraverso di essi riconosce i propri aspetti.

La copertina del romanzo ‘Senza macchia apparente’.

Ti capita a volte che un personaggio di un tuo romanzo prenda il sopravvento su di te e diventa autonomo?

Non capisco cosa significherebbe per un personaggio “prendere il sopravvento” su di me. Sicuramente si sviluppa una relazione curiosa tra di noi, è come se fossero veri esseri che conosco, che amo o detesto (con tutte le sfumature intermedie) e, naturalmente, ci sono affetti lì, quindi ho detto prima che di solito mi costa “uccidere” uno o più di loro, è una specie di onnipotenza che mi disturba un po’, ma non hanno il potere di impedirmi, non mi “possiedono”. Però capita che possono diventare autonomi. Con mio grande stupore, a volte, mentre lavoro, mi ritrovo improvvisamente ad utilizzare certe parole, decisioni, atteggiamenti di un personaggio che non corrispondono a ciò che era stato programmato nella mia sceneggiatura. Ciò colloca il personaggio e la sua partecipazione ai fatti in un altro modo, può trasformarli. Lì mi fermo e penso attentamente se glielo permetto e cambio la trama, o se torno indietro e mantengo il piano originario. Questo processo di emancipazione del personaggio è misterioso e non ho idea di cosa lo renda possibile. Traccia un limite al controllo dello scrittore (so che succede a molti colleghi) su ciò che scrive, su ciò che crea. Ma da dove viene? Perché succede?

Nel mondo oggi urliamo il ‘nunca màs’ contro ogni Stato che soffoca le aspirazioni libertarie di un popolo, poi però assistiamo indifferenti a quello che accade in Paesi lontani da noi. È vero che la natura umana non cambierà mai? 

Si possono avere opinioni su un argomento così devastante e angosciante. Ma non risposte. La mia opinione è che forse dovrà passare molto tempo e, soprattutto, eventi terminali estremamente scioccanti, forse tragici, che operano sugli esseri che popolano il pianeta come trasformatori della coscienza sociale ed etica, dell’incapacità delle maggioranze, anche quelle che gestiscono sane ideologie, per sviluppare una solidarietà attiva e reale, una com-passione che determina i nostri impegni verso l’altro, una maggiore attività del nostro sentimento di appartenenza a una specie minacciata dall’interno, cioè da noi stessi. Ci stiamo sparando ai piedi e non ce ne rendiamo nemmeno conto. I valori e le priorità dell’essere umano ruotano come farfalle attorno alla luce che le fulmina. Si crede sinceramente che la risposta alla sofferenza e alla solitudine passi attraverso la soddisfazione delle aspirazioni personali. In questo la miopia dell’uomo è esasperante, ma forse, se un potente detonatore rompe quel guscio di egoismo che lo isola e lo condanna all’assurdo totale della sua vita, la natura umana potrebbe cambiare.

Lo scrittore inglese William Golding quando scrisse ‘Il signore delle mosche’ affermò che gli uomini producono il male come le api producono miele. Sei d’accordo? Perché?

Quel libro ha segnato la mia adolescenza con il suo disincanto. E sì, sfortunatamente continuo ad identificarmi con il suo scetticismo nei confronti dell’umanità, metaforizzato dall’opera di un gruppo di bambini troppo piccoli per essere già contaminati dai valori e dalle aspirazioni della società da cui provengono. Questo gruppo di esseri “puri” è lasciato al proprio destino in una piccola isola, e la lotta per la sopravvivenza, che inizia dividendoli e creando una crepa tra loro che promuove la violenza e l’odio, li porta a iniziare a tessere una società che replica il nostro, ugualmente avvelenato dall’individualismo e dalla lotta per il potere. E le api non sopravvivono al vandalismo umano, riconoscibile innanzitutto dall’uso folle di prodotti agricoli velenosi che distruggono alveari e ammalano e uccidono le persone che consumano i prodotti contaminati, l’acqua dei fiumi, l’aria che respirano. Quei piccoli esseri che muoiono di stanchezza, le api, sono quelli che si occupano di impollinare e di permettere che il cibo che ci sostiene in vita esista. La complicità mentale, o almeno l’indifferenza, della maggioranza degli uomini sulla distruzione del pianeta per mano dei potenti è scandalosa e patetica. Le priorità delle grandi potenze mondiali passano attraverso l’accumulo di ricchezza e potere, ad esempio attraverso l’industria delle armi e le invasioni genocide di popoli che vogliono impoverire, sottomettere e sfruttare. Sempre più, gli Stati diventano complici del progetto di dominio imperialista mondiale e si astengono dal proteggere i più vulnerabili e prevenire l’esclusione di classe, senza capire – o scegliere di ignorarlo – che i mercati non si articolano socialmente e che uno scopo condiviso tra i popoli è l’unica possibilità rimasta per salvarci dall’autodistruzione. Poi, dall’alto riversa sulle nostre classi medie l’esempio dell’indifferenza alla fame, all’angoscia e alla morte dell’Altro, quel fratello che pensano di usare come schiavo della loro vile mediocrità.

Perché hai scelto il genere del noir per raccontare le tue fiction narrative? 

Perché il genere noir consente cose che non sono permesse al giornalismo, a cui non è consentita neppure l’analisi storico-filosofica della storia e degli eventi attuali. La finzione non ha bisogno di essere giustificata o presentare prove. Si manifesta, funziona così com’è: finzione. Il grado di realismo utilizzato, la capacità del testo di convocare, interpellare e comunicare il vero fondamento della finzione, dipende dal talento e dalla posizione politica dello scrittore e dal livello di permeabilità del lettore. Allo stesso modo, è la nitidezza, l’intelligenza del suo sguardo che sceglierà gli aspetti della realtà che devono essere messi in discussione, modificati, al fine di purificarli eticamente. La condizione di presenza del delitto, dell’omicidio nel romanzo noir, secondo me è quasi una scusa per sviluppare un testo militante. Non è nemmeno essenziale risolvere perfettamente il “caso” o che il malvagio sia condannato dalla giustizia. Il crimine è un modello per armarla. In un mio romanzo, l’investigatore casuale, un procuratore, riconosce l’ingenuità e il disorientamento nato dall’ambiente di miseria, mancanza di amore e assenza di modelli in cui lo psichismo immorale di un ragazzo che, lo sa, fu testimone e in parte, per la paralisi, complice di un omicidio. Da lì, fa quello che nessuno farebbe mai: invece di consegnarlo alla polizia locale corrotta, gli parla da molto tempo, gli dà dei soldi e lo lascia andare. Correndo all’indietro, illuminato da un sorriso e da qualcosa di simile alla speranza, il ragazzo non va in prigione ma alla vita, per viverla come meglio può. Questo espediente letterario mira a mettere in discussione le regole del sistema giudiziario presentando un’alternativa ai tradizionali criteri di giustizia.

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