Dadati: “La griffe di Profondo Giallo è la partecipazione”

Piacenza per la prima volta nella sua storia letteraria ha il suo Festival del giallo. Si terrà nella provincia emiliana  in due giornate, sabato 17 e domenica 18 novembre,  “Profondo Giallo”, un evento dedicato al mondo del giallo con la direzione artistica e scientifica di Gabriele Dadati. La manifestazione oltre a promuovere la letteratura di genere esplora e promuove il mondo dei fumetti, del cinema, della musica, del teatro e della fotografia. Per tutta la durata del Festival, inoltre, sarà possibile visitare 5 mostre fotografiche e accedere ai mercatini di libri nuovi e usati. 

Gabriele Dadati, il direttore, si occupa da sempre di libri (e ogni tanto ne scrive anche qualcuno), con Papero Editore, la casa editrice che ha fondato insieme a Davide Corona e in cui grande rilievo ha Melissa Minò, ma anche come consulente di grandi editori, pubblicando libri degli altri. E poi è docente di scrittura creativa con i suoi laboratori.

Con quale caratteristica intellettuale varerete la prima edizione del Festival del giallo di Piacenza?

La partecipazione: quella dei tanti soggetti che si sono messi in moto per organizzare la manifestazione e quella che ci attendiamo dagli appassionati. Ma stando attenti che “partecipazione” non vuol dire mancanza di scelta, non vuol dire costruire un programma privo di coesione. Vuol dire che ognuna delle realtà coinvolte – Officine Gutenberg, Cinemaniaci, Fahrenheit 451, Bookbank, Papero Editore e l’associazione culturale Crisalidi – ha portato il meglio della sua esperienza e l’ha messo a disposizione degli altri. Vorremmo essere un soggetto collettivo, che dà voce a quanto ognuno ha fatto in città negli anni, e che questo si percepisca e diventi attrattivo per il pubblico.

È la prima edizione ma già è completa in tutte le sue forme artistiche: quanto è stato complesso organizzare un programma contenitore?

Naturalmente tanti più sono gli elementi – e scarso il tempo a disposizione – tanto maggiore è la fatica dell’incastro: ogni ospite infatti ha determinate disponibilità e non altre, ogni evento ha bisogno di certi spazi e attrezzature tecniche, ogni mostra richiede le sue cautele per essere allestita, e così via. Dico una cosa ovvia. Ma se avessimo rinunciato a qualcosa tra letteratura, cinema, teatro, musica, spazi per i più piccoli, mostre e contest avremmo lasciato indietro parte della nostra identità di operatori culturali. E soprattutto: ci saremmo divertiti molto meno.

Nella scelta degli autori avete privilegiato una linea particolare o avete guardato in modo più sommario il panorama editoriale del Paese?

Abbiamo scelto scrittori che amiamo: questo è senz’altro il punto di partenza. Poi, tra gli scrittori che amiamo, abbiamo privilegiato quelli che avevano titoli appena usciti, perché il festival possa diventare anche una sorta di osservatorio sul nuovo. Credo che una linea particolare potrebbe essere poi questa: abbiamo scelto autori tecnicamente molto bravi nella costruzione dei loro romanzi, ma anche versatili, perché diversi di loro sono sceneggiatori o giornalisti. Questo perché l’esperienza della scrittura sia davvero al centro.

Come ha risposto l’associazionismo della città?

Bene, ci sembra, perché al di là dei soggetti del gruppo più stretto di lavoro tanti altri si sono avvicinati a darci una mano, da Piacenza Music Pride di Kastapoject – senza la quale il contest musicale sarebbe impossibile – alla sezione piacentina di Libera, l’associazione di don Ciotti. Davvero: partecipazione come valore centrale.

È un fatto raro che quando è stata proposta questa idea dall’assessorato alla cultura di Piacenza ci sia stata una votazione unanime in consiglio comunale: un fatto unico nel mondo politico italiano. Cosa pensa di questo?

Naturalmente fa piacere che ci sia questa opportunità. La sfida però, adesso, per la politica piacentina, è già un’altra: garantire la continuità. Mettersi da subito a pensare come garantire le prossime edizioni. Perché naturalmente una prima edizione di un festival che nasce deve essere l’inizio di un percorso, non una tappa chiusa in sé.

Ci sono festival di genere italiani che vi hanno ispirato?

Abbiamo senz’altro guardato cosa di bello si fa in altre città, ma più che farci ispirare abbiamo invitato a lavorare con noi: ci sarà il romanzo vincitore dell’ultimo NebbiaGialla e i ragazzi che a Ferrara fanno il Cluedo vivente, i Maniaci d’Amore, Officine Wort e Bacchilega Editore, una mostra che proviene dalla Cineteca di Bologna. Non è bello copiare, è bello lavorare insieme. Per il resto, il più possibile, farina del nostro sacco. Gialla, per fare la polenta, direbbe uno di noi…

I festival letterari nascono per amore della lettura e cultura o invece sono destinati ad ampliare gli orizzonti in progetti di marketing territoriale per promuovere le province?

Credo che nascano dall’amore per la cultura e arrivino a favorire la crescita di un territorio. Che le due cose stiano insieme.  Altrimenti i conti non tornano. Noi siamo provincia, appunto.

Secondo lei cosa vuole il pubblico dei lettori oggi?

Il pubblico del giallo è un pubblico molto competente, appunto perché si tratta di un genere che ha forte aderenza al reale e regole molto codificate. Quindi direi: non vuole essere preso in giro. Vuole cura nella costruzione delle storie, attenzione ai risvolti psicologici, ritmo nella scrittura.

Perché un lettore di Roma dovrebbe venire ad assistere al Festival del Giallo di Piacenza?

Perché non solo negli incontri, ma anche in tutto il resto – i giochi, le animazioni per i più piccoli, i film che verranno proiettati, lo spettacolo teatrale, il contest musicale e quello letterario, le mostre – c’è molta interattività. Tutto è esperienza, e l’esperienza si fa dal vivo. E poi Piacenza è una città dalla bellezza quieta ed elegante, che vale la pena di scoprire. Magari non ci si verrebbe, altrimenti: ecco, questa è l’occasione buona.

Ad oggi quale la maggiore difficoltà organizzativa?

La corsa contro il tempo con tantissime cose da fare. Ma ce la faremo.

Il film che l’ha conquistata?

Qui devono rispondere gli amici dei Cinemaniaci, per esperienza e competenza. E allora dirò: grazie a loro per la maratona notturna con la “trilogia degli animali” di Dario Argento: “L’uccello dalle piume di cristallo” (1970), “Il gatto a nove code” (1971) e “Quattro mosche di velluto grigio” (1971). Sarà dalla mezzanotte di sabato fino all’alba di domenica.

L’ultimo libro che ha letto?

Se dicessi che è il manoscritto inedito di uno degli ospiti del festival e che uscirà nella primavera prossima? Così iniziamo già a lavorare al programma dell’edizione 2019…

 

 

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